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trio

IL ROSSO, IL PELO E IL MOSCHETTO


di La-mandria
12.09.2026    |    516    |    5 7.0
"Agata abbassò lo sguardo sul cestino della crostata carbonizzata, poi fissò il trio con un ghigno che tradiva la sfacciataggine di chi aveva appena capito tutto della vita..."
N.D.A: gli autori hanno scelto di classificare i loro racconti in due categorie:
• “SOFT” per tutti
• “STRONG” per intenditori
Questo appartiene alla categoria SOFT


Cronache scandalose del sottofondo boschivo
Premessa degli Autori
Prima di inoltrarvi in questa lettura, è bene mettere le cose in chiaro, allacciare le cinture e sgombrare la mente da qualsiasi pregiudizio favolistico. Dimenticate i boschi educati, le vecchine intente a sgranare il rosario accanto al caminetto e i lupi costretti a fare la figura dei cattivi seriali nei libri per bambini. Qui le regole della foresta sono state scritte da capo, e a dettarle sono gli ormoni ribelli, la sfrontatezza e una seconda giovinezza che non ha alcuna intenzione di chiedere scusa a nessuno. Nessun diritto è stato leso, tranne forse quello alla noia e al buoncostume di paese; i lupi circolano liberamente portando a spasso la loro filosofia tagliente, le nonne vivono passioni clandestine che farebbero arrossire i rotocalchi più spinti, e i cacciatori vagano per il sottobosco con la costante, deliziosa umiliazione di chi si scopre terzo incomodo in un triangolo amoroso fuori di testa. Mettetevi comodi, lasciate fuori ogni moralismo e godetevi lo spettacolo: la crostata è bruciata, ma il fuoco, qui dentro, è appena iniziato.

*********

La mattinata iniziò con il peggiore degli auspici: la sveglia suonò alle sette e la crostata di mirtilli, destinata alla nonna, era venuta leggermente bruciata sui bordi. Un dettaglio che, in un universo parallelo, avrebbe solo indispettito una nonnina di provincia, ma che qui assumeva i contorni di una crisi diplomatica.
– Portale questo cestino e vedi di non fare la scema lungo il sentiero – le disse la madre, sistemandole il cappuccio con una precisione quasi militare. – E soprattutto, non dare retta agli sconosciuti. Soprattutto a quelli con la pelliccia o con le licenze di caccia facili.
Cappuccetto Rosso – all'anagrafe Agata, ma nessuno lo ricordava mai – sbuffò.
Il bosco non era quel luogo cupo e minaccioso descritto dai manuali di pedagogia infantile. Era piuttosto un condominio a cielo aperto dove tutti sapevano tutto di tutti, e dove la privacy era un concetto estraneo quanto una dieta rigorosa.
Il vero scandalo, tuttavia, non riguardava i lupi.
Riguardava la nonna.
Da qualche mese, la veneranda vecchietta sembrava aver subito una metamorfosi ormonale degna di un'adolescente in piena tempesta estiva. La sua casetta in fondo al bosco, tradizionalmente un avamposto di quiete e tisane alla malva, si era trasformata nel quartier generale di una passione clandestina che faceva impallidire i rotocalchi scandalistici.
Il fortunato o malcapitato protagonista di questo tardivo fuoco di paglia non era altri che il cacciatore del villaggio: un uomo barbuto, perennemente profumato di dopobarba economico e polvere da sparo, che giustificava le sue continue visite alla nonna con la scusa di "monitorare la popolazione di ungulati".
Un eufemismo piuttosto evidente, considerando che gli unici trofei appesi alla parete della camera da letto della nonna non avevano quattro zampe.
Agata camminava lungo il sentiero battuto, dondolando il cestino e riflettendo sulla precarietà dei sentimenti in età avanzata, quando svoltò l'angolo dei grandi faggi e si trovò faccia a faccia con lui.
Il lupo.
Ora, i libri per bambini avevano dipinto questa magnifica creatura come un predatore spietato, un serial killer seriale con la fissa per le camicie da notte di flanella. La realtà, come spesso accadeva, era infinitamente più noiosa e, al tempo stesso, molto più sofisticata.
Il lupo – che si faceva chiamare Wolfang, con un vezzo vagamente mitteleuropeo – indossava un foulard di seta annodato con nonchalance ed era seduto su un tronco a leggere una rivista di arredamento d'interni.
– Oh, buongiorno, creatura dall'alta visibilità – esordì Wolfang, abbassando gli occhiali da lettura con un gesto teatrale. – Scommetto che vai dalla nonna. Dico bene? Quella vecchia volpe ha ordinato un'altra fornitura di focacce?
Agata si fermò, incrociando le braccia. – E a te cosa importa, scusa? Non dovresti essere nascosto dietro un cespuglio a sbavare in attesa della preda?
– Ma per carità! – esclamò il lupo, portandosi una zampa al petto con fare offeso. – Io ho una reputazione da mantenere. Il mio agente mi ha sconsigliato vivamente di aggredire minori in un bosco pubblico: le recensioni su TripAdvisor sarebbero devastanti. E poi, francamente, ho di gran lunga esaurito la pazienza per i drammi familiari. Sai cosa succede in quella casa?
Agata sospirò, comprendendo perfettamente dove il discorso stesse andando a parare. – Lo so. C'è il cacciatore.
– Il cacciatore! – ripeté Wolfang con un tono che oscillava tra il disgusto gastronomico e la gelosia professionale. – Un cafone con il fucile a pallettoni e la camicia a quadri che non sa distinguere un coniglio da un ceppo d'albero. E la nonna... beh, diciamo che la terza età ha risvegliato in lei una verve che definire "esuberante" è un eufemismo. Ieri notte ululavano alla luna, e non era per romanticismo zoologico. C'erano di mezzo i mobili spostati e una quantità sospetta di rumori sordi.
La conversazione fu bruscamente interrotta da un fruscio tra i rovi.
Non era un animale feroce.
Era il cacciatore in persona, che sbucava dai cespugli con la camicia mezza sbottonata, i capelli arruffati e un'espressione che tradiva una notte in bianco trascorsa a discutere di giardinaggio o giù di lì.
– Ehi, tu! – tuonò il cacciatore, indicando il lupo con il manico del fucile, usato per l'occasione come bastone da passeggio. – Meno confidenze con la ragazzina, chiaro? Questo è territorio privato!
Wolfang alzò gli occhi al cielo, rivolgendosi ad Agata con un sussurro complice: – Visto? Ti pare questo il contesto idilliaco in cui una povera fiera dei boschi dovrebbe trovare un po' di pace?
Agata guardò l'uomo barbuto, poi il lupo elegante, e infine il cestino della crostata che emanava un invitante profumo di burro.
La favola tradizionale era ufficialmente deragliata. E, a dire il vero, la piega che stava prendendo la faccenda prometteva di essere molto più divertente del previsto.
Il bosco dei frutti proibiti non era un semplice ammasso di clorofilla e legname da ardere; era un ecosistema pulsante, barocco e pettegolo, dove ogni pianta sembrava avere un'opinione sulla condotta morale del vicinato.
I tronchi secolari dei castagni, coperti da un velluto di muschio verde smeraldo, facevano da platea naturale a un via vai di scoiattoli guardoni che sgranocchiavano nocciole con l'aria di chi possiede informazioni riservate.
L'aria era intrisa di aromi contrastanti: il profumo resinoso e aspro della corteccia bagnata si mescolava alle note dolciastre e stucchevoli dei fiori di sambuco, che in quella stagione fiorivano con un'insolita sfacciataggine. I raggi del sole filtravano attraverso le fronde fitte creando giochi di luce e ombra, i famosi chiaroscuri caravaggeschi del sottobosco, che accarezzavano il terreno come dita curiose.
In questo teatro naturale, la tensione tra la casetta della nonna e la radura circostante era palpabile.
La dimora della vecchietta era un capolavoro di rustica malizia: un cottage in pietra con le persiane dipinte di un rosso un po' sfacciato e un camino che, anche in piena estate, sbuffava fumo denso e aromatico, traditore di una calda passione domestica.
All'interno di quel guscio accogliente, la realtà superava di gran lunga la goliardia del bosco.
La nonna – Erminia all'anagrafe, ma ribattezzata dai compaesani "la vedova allegra del quarto chilometro" – aveva deciso che l'età pensionabile fosse il momento ideale per inaugurare una seconda giovinezza ormonale. E il cacciatore, al secolo Oreste, un uomo la cui virilità era inversamente proporzionale alla sua abilità nel centrare i bersagli mobili, ne era il bersaglio privilegiato.
Quella mattina, la cucina della nonna vibrava di un'energia quasi sismica.
Oreste, con la corporatura massiccia stipata in una canottiera bianca che lasciava poco spazio all'immaginazione e i muscoli lucidi di sudore dopo una faticosa sessione di "controllo dei confini", stava appoggiato al bancone della cucina.
Il sole pomeridiano, filtrando attraverso le fitte cortine di foglie dei castagni secolari, disegnava geometrie dorate e tremule sul pavimento in cotto della cucina.
L’atmosfera all’interno della casetta della nonna non era semplicemente calda: era densa, satura di un’elettricità sottile, quasi palpabile, che sembrava far vibrare persino le pentole di rame appese alle pareti e l'aria stessa, pesante di un desiderio inespresso eppure urlato a ogni sguardo.
Era un cortocircuito continuo tra il testosterone rustico e animalesco del cacciatore e l'eleganza raffinata, sfacciata e predatoria del lupo, sotto lo sguardo divertito e dominatore di una donna che aveva deciso di riprendersi tutto con gli interessi.
Oreste, il cacciatore, si mosse con un’andatura pesante, ma carica di un’orgogliosa, provocante fisicità. La canottiera bianca, bagnata di sudore lungo le spalle larghe e scolpite da anni di vagabondaggi nei boschi, aderiva al torace peloso come una seconda pelle, disegnando ogni contorno dei muscoli pettorali in un’esibizione di vigore primitivo che cercava ostentatamente di monopolizzare lo spazio. I suoi occhi piccoli e scuri erano fissi su Erminia con un misto di possessività carnale, gelosia cieca e una frustrazione ardente che gli faceva serrare i denti.
– Tu non capisci, Erminia – gracchiò Oreste, facendo un passo deciso e prepotente verso il tavolo da lavoro, incurante del fatto che i suoi stivali infangati stessero calpestando la farina sparsa sul pavimento. – Quella bestia sofisticata ti sta riempiendo la testa di grilli parigini e lusinghe da salotto buono. Qui siamo nel cuore del sottobosco, non in un caffè letterario di città. Quello che serve tra queste quattro mura non sono i discorsi d'arte o i foulard di seta, ma la certezza bruciante di un abbraccio che sappia di respiro pesante, muscoli tesi e legna spaccata a metà.
Erminia, la nonna, non si scompose minimamente. Anzi, il suo sguardo si accese di una luce di diabolica malizia, una consapevolezza quasi perversa del proprio potere magnetico.
Le sue rugose mani continuarono a impastare la frolla con un ritmo cadenzato, sensuale, quasi ipnotico, che sembrava scandire il battito stesso di quella passione clandestina. Il grembiule da cucina, stretto in vita con civetteria, esaltava le forme morbide e generose di una donna che aveva scoperto il brivido di giocare con due fuochi.
– Caro il mio Oreste – mormorò la nonna, inclinando il capo con un sorriso che sfidava apertamente i tabù del villaggio e la decenza comune. – Tu confondi la passione con la falegnameria. Pensi davvero che basti presentarti qui con l'alito che sa di grappa e polvere da sparo per far tremare le fondamenta del mio cottage? Ti sbagli di grosso. Il fuoco ha bisogno di ossigeno e di brividi sottili, non solo di tronchi buttati alla rinfusa nel caminetto. E Wolfang... beh, diciamo che lui sa esattamente come stimolare le sinapsi e stuzzicare la curiosità prima ancora di passare ai muscoli.
Dalla sua poltrona di velluto rosso scuro, il lupo emise un verso basso e gutturale, un misto tra un colpo di tosse aristocratico e una risata soffocata, intrisa di puro piacere per la scena. Wolfang, accavallando le zampe anteriori con una grazia che avrebbe fatto invidia a un dandy ottocentesco, si aggiustò il foulard di seta attorno al collo peloso, lasciando che i suoi occhi ambrati brillassero di una perfida, deliziosa ironia.
– Oh, per favore, non trascinatemi nei vostri drammi coniugali da sagra di paese – intervenne Wolfang con quella sua voce vellutata e sussurrata che sembrava accarezzare il velluto dei mobili. – Io sono qui solo per il piacere intellettuale ed estetico dello spettacolo. È un triangolo amoroso talmente sgangherato, barocco e carnale che supererebbe qualsiasi indice d'ascolto. Da un lato abbiamo un rappresentante della virilità silvicola che scambia il corteggiamento per una trattativa di bestiame; dall'altro, una magnifica signora che ha capito perfettamente come farci perdere la testa, la dignità e la ragione con un solo cenno delle dita infarinate.
Oreste si voltò di scatto verso la poltrona, digrignando i denti in un ringhio sordo e profondo. La vena sulla sua tempia destra pulsava furiosamente, pronta a scoppiare.
– Brutto cagnaccio spelacchiato e montato – sbottò il cacciatore, puntando l'indice nodoso contro il muso del lupo con fare minaccioso. – Smetti di fare il filosofo da strapazzo. Se ti avvicini ancora una volta alla credenza della nonna o se continui a fare gli occhini languidi mentre noi... insomma, mentre discutiamo dei nostri affari privati, ti trasformo in un tappeto da salotto prima ancora che tu possa dire la tua ultima battuta di spirito!
Wolfang non batté ciglio. Sbadigliò con una nonchalance irritante, mostrando una fila di canini aguzzi e perfettamente curati, prima di replicare con un tono di fastidiosa, regale condiscendenza:
– Minacce grossolane, prive di stile e totalmente inefficaci, caro il mio Oreste. La violenza è l'argomento dei mediocri che non sanno argomentare. E poi, guardati: credi davvero di fare paura a un predatore che ha fatto dell'ironia la sua arma principale? Io non sono qui per rubare le tue polpette, né per mangiarmi la veneranda padrona di casa. Io sono l'elemento catalizzatore, la scintilla che impedisce a questo rapporto di spegnersi nella noia. Senza di me, voi due vi sareste già stancati a morte dopo la terza tisana.
Erminia scoppiò in una risata fragorosa, cristallina, un suono che spazzò via la pesantezza della stanza e riaccese l'aria di un'elettricità palpabile. Si asciugò le mani su un canovaccio e fece un passo deciso verso i due contendenti, emanando un'aura di irresistibile autorità femminile. L'aria si fece densa, quasi irrespirabile, carica del profumo acre del sudore maschile del cacciatore, dell'essenza di muschio e colonia costosa del lupo, e della dolcezza zuccherina della crostata che continuava a cuocere nel forno.
– Hanno ragione entrambi, in fondo – sospirò la nonna, con un tono che oscillava tra la confessione intima e la provocazione pura. – Da una parte c'è il calore pesante, ottuso e testardo di Oreste, capace di smuovere le montagne con la sua insistenza fisica, ma totalmente privo di fantasia verbale. Dall'altra c'è l'intelligenza tagliente, sfacciata e irresistibilmente cinica di Wolfang, che sa esattamente quali corde toccare per farmi sentire viva, desiderata e pericolosamente al di fuori di ogni regola borghese.
Oreste inghiottì a vuoto, visibilmente turbato da quella franca ammissione. I suoi muscoli massicci sembrarono perdere parte della loro tensione minacciosa, sostituiti da un'inquietudine profonda e gelosa. Fece un passo falso sul pavimento, barcollando leggermente come se il terreno sotto i suoi piedi avesse improvvisamente perso stabilità.
– Dunque... – mormorò il cacciatore, con la voce che aveva perso gran parte della sua precedente autorità tonante. – Io sarei solo il braccio, e lui sarebbe la mente di questa... di questa indecenza?
– Esattamente, tesoro mio – replicò Erminia con un ammiccamento fulmineo, passandogli vicino e sfiorandogli deliberatamente il petto muscoloso con il dorso della mano infarinata. Il contatto fece sussultare il cacciatore, i cui peli del corpo parvero quasi drizzarsi per la scossa inaspettata. – Siete il complemento perfetto di una vecchiaia che ha deciso di mandare al diavolo il buon senso e la decodificazione convenzionale del decoro. Voi due, messi insieme, siete il mio personale parco giochi sensoriale.
Wolfang sollevò un sopracciglio peloso, chiaramente divertito da quell'improvviso ribaltamento di prospettiva geopolitica domestica. Scese dalla poltrona con un movimento fluido, quasi liquido, e si avvicinò al tavolo della cucina, piantando le zampe anteriori sul bordo in legno massello, proprio di fronte a Erminia.
– Vedi, Oreste? – sussurrò il lupo, guardando la nonna con una complicità che tagliava l'aria come una lama sottile. – La signora sa apprezzare la geometria dei contrasti. Tu porti il calore grezzo, la materia pesante, il sudore che sa di bosco incolto. Io porto l'ironia, la distanza critica, il brivido di un pericolo che non morde ma punge dove fa più piacere. Insieme, siamo una perfetta opera d'arte contemporanea: scandalosa, imperfetta e assolutamente irripetibile.
L'aria della cucina era ormai satura di una miscela inebriante e complessa: il profumo denso del burro fuso e della crostata che bruniva lentamente nel forno si mescolava all'odore acre, terroso e virile del cacciatore, e alla raffinata, quasi impercettibile scia di essenze boschive e colonia costosa che accompagnava ogni minimo movimento del lupo. Era un triangolo olfattivo e passionale che sfidava ogni logica favolistica, trasformando il rifugio della nonna in un crocevia di pulsioni inaspettate.
Oreste strinse i pugni con tanta forza che le nocche diventarono bianche, il respiro corto che sollevava ritmicamente la canottiera sudata. La gelosia, un sentimento che non sapeva gestire se non attraverso la minaccia verbale o l'istinto primordiale di brandire il fucile come un randello, lo faceva fremere. Eppure, in quel fremito c'era una strana, irrefrenabile eccitazione, il brivido di chi sa di non essere più il solo padrone incontrastato di quel territorio.
– Voi due... voi due mi farete venire un collasso prima dell'apertura della stagione venatoria – borbottò il cacciatore, piantando i piedi massicci sul pavimento in cotto con un tonfo sordo, quasi a voler riconquistare fisicamente il possesso dello spazio scenico. Si sporse in avanti, superando il bancone, in modo che il suo torace possente quasi sfiorasse il grembiule di Erminia. – Erminia, dimmi la verità. Se questo cagnaccio snob non si fosse mai presentato alla soglia della tua cucina, ti sarebbe bastata la mia compagnia o ti saresti annoiata a morte a furia di sentirmi parlare di cinghiali, esche e previsioni meteo?
Erminia sollevò il mento con un sussulto di orgogliosa civetteria. I suoi occhi brillavano di una luce giovanile, quasi sfrontata, che faceva apparire rughe e anagrafe come dettagli trascurabili di fronte al fuoco vivo che le animava il petto.
– Oh, caro il mio Orsetto brontolone – mormorò lei, con una voce che scendeva di tono facendosi vellutata e insinuante. – La verità è che tu sei adorabile nella tua prevedibilità da cavernicolo in giacca di velluto. Sei la certezza di un abbraccio che sa di legna da ardere e tabacco da pipa, ma la certezza, alla mia età, rischia di diventare una comoda anticamera della noia. E io, te lo assicuro, non ho nessuna intenzione di annoiarmi prima di aver esaurito le cartucce della mia seconda giovinezza.
Wolfang, dalla sua poltrona di velluto rosso, emise un suono di approvazione che sembrava quasi un applauso aristocratico. La zampa anteriore destra batteva ritmicamente sul bracciolo consumato, mentre il suo muso affusolato si distendeva in un ghigno compiaciuto e affilato come una lama di Toledo.
– Parole sante, magnifica signora – esclamò il lupo, inclinando la testa con un'eleganza teatrale che faceva quasi infuriare il cacciatore. – La monotonia è il peggior predatore della vitalità spirituale e corporale. Oreste rappresenta l'ancora pesante che tiene saldo il battello nel porto delle nebbie; io sono la raffica di vento freddo e pungente che gonfia le vele e costringe a tenere gli occhi aperti. Voi due, senza di me, nel giro di un mese finireste per addormentarvi davanti alla televisione guardando le repliche della lotteria nazionale, scambiandovi borbottii sui reumatismi e sulle scorte di legna per l'inverno.
Oreste ringhiò sordo, facendo vibrare i muscoli del collo. Ogni parola di Wolfang era un colpo inferto al suo orgoglio maschile di maschio alfa della vallata, ma c'era una crudele, innegabile verità in quelle considerazioni che gli impediva di esplodere del tutto. Sapeva perfettamente che la casetta della nonna, prima dell'arrivo di quel lupo eccentrico e filosofo, aveva rischiato di scivolare nella routine più grigia e casalinga.
– E tu, bestiaccia col pedigree – replicò Oreste con voce roca, facendo un passo minaccioso verso la poltrona, sebbene i suoi occhi tradissero un divertito smarrimento. – Pensi davvero che il tuo ruolo qui sia così fondamentale? Credi che bastino un foulard di seta e due citazioni sui manuali d'arredamento per giustificare le tue continue intrusioni nel nostro... nel nostro disordine domestico?
– Oh, ma certo che sì! – rispose Wolfang con una leggerezza quasi offensiva, allungando le zampe anteriori e stiracchiandosi come un gatto di razza di fronte a un caminetto acceso. – Io porto l'indispensabile tocco di scandalo che nobilita la vostra relazione. Pensa ai pettegolezzi nel villaggio, Oreste! Immagina la faccia del parroco se sapesse che il temibile cacciatore e la rispettabile vedova Erminia condividono le loro serate non solo a base di tisane e crostate bruciate, ma sotto la benigna e divertita supervisione di un lupo colto e civilizzato. La nostra è un'opera d'arte d'avanguardia: una performance permanente di trasgressione boschereccia.
Erminia scoppiò a ridere di gusto, un suono limpido e argentino che spazzò via ogni residuo di tensione aggressiva dalla stanza, sostituendolo con un'ondata di calore complice e sensuale. Si voltò completamente verso Oreste, afferrandogli i risvolti della canottiera bagnata di sudore con entrambe le mani, tirandolo imperiosamente a sé fino a quasi annullare la distanza tra i loro corpi. Il profumo del cacciatore, intriso di muschio, tabacco, polvere da sparo e virilità rustica, si fuse con il calore della farina e della pelle della nonna, creando un accordo primitivo e travolgente.
– Smettetela di fare i galli in un pollaio che non vi appartiene – sussurrò Erminia a pochi centimetri dalle labbra del cacciatore, lo sguardo che brillava di una malizia indomabile. – Voi due siete la mia corte privata, i miei due trofei viventi. E quanto alla crostata bruciata... beh, un po' di carbone fa bene alla digestione e scalda il sangue nei punti giusti.
Il bosco all'esterno sembrava trattenere il fiato. Un refolo di vento caldo e profumato di resina scosse le fronde dei castagni, mentre il sole calava lentamente dietro l'orizzonte, tingendo il cielo di sfumature infuocate che filtravano attraverso i vetri sporchi della cucina, proiettando lunghe ombre rosse e dorate sui trespoli di quella scandalosa commedia boschereccia.
Il sole del pomeriggio filtrava attraverso le vetrate impolverate della cucina, disegnando lunghe lame dorate che tagliavano l'aria densa di profumo di cannella, frittata e, inevitabilmente, l'inconfondibile scia della colonia economica di Oreste.
Il cacciatore era ancora immobile accanto al bancone, con la canottiera bagnata di sudore e lo sguardo fisso su Wolfang.
Il lupo, dal canto suo, si era comodamente accoccolato sulla poltrona di velluto rosso, incrociando le zampe anteriori con l'aria di un critico d'arte che sta per stroncare una mostra di provincia.
– Senti, beccofrusone con la coda – sbottò Oreste, rompendo il silenzio con la grazia di un elefante in un negozio di cristalleria. – Questa è una conversazione privata tra me e Erminia. Se hai bisogno di attenzioni veterinarie o di un pezzo di grasso di bue, c'è la macelleria al villaggio. Qui non sei il benvenuto.
Erminia, con le mani ancora immerse nella farina e un grembiule che a malapena conteneva il suo entusiasmo vitale, scosse la testa, lasciandosi sfuggire un sospiro divertito.
– Oh, piantala di fare il cavernicolo, Oreste – lo rimproverò la nonna, brandendo un mattarello come fosse lo scettro di una regina. – Wolfang ha perfettamente ragione. La tua conversazione è noiosa quanto il notiziario locale. Parli solo di cinghiali, di munizioni e del tempo che fa. Un po' di concorrenza intellettuale non può che farti bene.
Wolfang accennò un inchino con il muso, sfoggiando un ghigno compiaciuto che fece quasi scoppiare una vena sulla tempia del cacciatore.
– Vedi, caro il mio eroe dei boschi? – mormorò il lupo, la voce vellutata e ironica che rimbalzava contro le pareti di pietra. – Il problema fondamentale del tuo corteggiamento è la mancanza di sfumature. Tu pensi che basti aggirarsi per il sottobosco con un fucile in spalla e un'aria minacciosa per fare breccia nel cuore di una donna colta come Erminia, ma la verità è che tu sei un predatore da fast food, mentre qui si naviga nell'alta cucina dei sentimenti tardivi.
Il bosco intorno alla casetta sembrava fare eco a quella schermaglia domestica. Fuori, tra i rami dei noccioli, le foglie frusciavano in un crescendo quasi teatrale, come se l'intera flora circostante stesse seguendo la soap opera in diretta. Il profumo del muschio umido si mescolava al vento tiepido dell'imbrunire, mentre i grilli iniziavano il loro concerto serale, un sottofondo musicale perfetto per un duello verbale ad alto tasso di ironia maliziosa.
Oreste fece un passo avanti, stringendo i denti. La tentazione di brandire il fucile era forte, ma c'era qualcosa di umiliante nel sapere che la donna dei suoi desideri trovava più stimolante la compagnia di un canide snob e ben pettinato.
– E tu, scusa, cosa faresti? – ringhiò Oreste, sfidandolo con lo sguardo. – Ti metteresti a leggerle poesie francesi mentre le bruci la crostata?
– Oh, quanto sei prevedibile – sospirò Wolfang, alzandosi con un movimento sinuoso e stiracchiando la schiena pelosa. – Io, caro mio, porto equilibrio in questo ecosistema. Voi due eravate rimasti bloccati in un loop di tensioni domestiche e silenzi imbarazzati. Io sono il catalizzatore del caos. Senza di me, vi sareste annoiati a morte nel giro di tre settimane.
Erminia, divertita da quella dimostrazione di testosterone animale e zoologico, appoggiò i fianchi al tavolo e scoppiò a ridere.
– Ha ragione, Oreste. Ammettilo. Da quando c'è Wolfang a farci da terzo incomodo, le nostre serate sono diventate infinitamente più frizzanti. Prima discutevamo solo di bollette e reumatismi; adesso abbiamo un comico di corporatura lupina che ci fa da specchio riflesso.
L'aria si fece improvvisamente rovente, densa di un'energia magnetica che cancellò ogni distanza. Erminia non rise più: avanzò di un passo con un andamento felpato, i suoi occhi brillavano di una fame antica e gioiosa.
Fu lei a spezzare l'attimo fatale, afferrando Oreste per il bavero della canottiera madida di sudore e, con un movimento inaspettatamente vigoroso, tirandolo a sé per piantargli un bacio profondo, avido, che sapeva di tabacco e polvere da sparo.
Ma il cerchio non poteva dirsi chiuso senza l'altro protagonista di quel delirio boschereccio. Wolfang, con un guizzo elegante e silenzioso, scivolò giù dalla poltrona di velluto, riducendo lo spazio che li separava.
Le sue zampe anteriori premettero con fermezza contro i fianchi del cacciatore, mentre il muso nobile e affusolato si insinuava nello spazio vivo tra i doppi corpi, sfiorando il collo di Erminia in una carezza pelosa e sfacciata che fece sussultare entrambi.
Fu un turbinio di sensi in libertà, un amplesso a tre consumato tra il profumo acre della corteccia, il calore della farina sparsa sul tavolo e il velluto rosso della stanza. Oreste, smarrito e preda di un'eccitazione mai provata prima d’ora, abbandonò il fucile che rotolò tintinnando sul pavimento in cotto, perdendosi tra le braccia forti e stringendo a sé sia la morbida opulenza della nonna che la sinuosa, calda pelliccia del lupo in un abbraccio disperato e osceno. Erminia gemette un nome che si perse tra i morsi leggeri di Wolfang e i baci famelici del cacciatore, in un crescendo di ansimi, graffi leggeri sulla schiena e risate soffocate che fecero tremare le travi del soffitto.
Il confine tra preda e predatore svanì del tutto, fuso in un unico blocco di carne, sudore e brividi peccaminosi, dove nessuno voleva più essere salvato.
Il caos sensoriale raggiunse l'apice quando il gatto di casa, fin lì assopito sopra la credenza, decise di buttarsi nella mischia rovesciando un intero sacchetto di farina bianca che, esplodendo a mezz'aria come una bomba carta, ricoprì i tre amanti di una coltre spettrale e farinosa, trasformandoli in statue grottesche usurate da un baccanale pagano.
Oreste, barcollando col fiato corto e con la canottiera ormai ridotta a un reperto archeologico, cercò di riprendere contegno sputacchiando farina mista a tabacco; Wolfang, con le orecchie bianche di polvere e il foulard di seta completamente stropicciato, si passò una zampa sul muso con l'aria offesa di un dandy travolto da una frana, mentre Erminia, trionfante e spettinata come una baccante in pensione, rideva di gusto sbattendo le mani infarinate sulle spalle dei suoi due amanti.
Fu allora che la porta si spalancò di colpo, scardinata da una corrente d'aria improvvisa.
Sulla soglia, con il mantello scarlatto leggermente sgualcito e il cestino della crostata ancora intatto tra le mani, comparve Agata.
La ragazzina si bloccò all'istante, sgranando gli occhi davanti a quel quadro d'autore degno di un girone d'inferno boschereccio: il cacciatore e il lupo, entrambi imbiancati come mugnai ubriachi, affiancati da una nonna in stato di totale e radiosa ebrezza ormonale.
Il silenzio durò lo spazio di un battito di ciglia, rotolato via tra un colpo di tosse soffocato di Oreste e un elegante inchino ironico di Wolfang, che si levò lo sporco di dosso con la dignità di un conte decaduto.
Agata abbassò lo sguardo sul cestino della crostata carbonizzata, poi fissò il trio con un ghigno che tradiva la sfacciataggine di chi aveva appena capito tutto della vita.
– Ehm... – mormorò Agata, sbattendo lentamente le palpebre e stringendo tra le dita il manico del cestino mentre cercava di riprendersi dallo shock visivo. – Credo proprio di aver sbagliato favola, o forse questo capitolo segreto del sottobosco meritava decisamente un cartello di divieto d'accesso. Vado via subito, continuate pure a ululare... prometto che farò finta di niente
– Volevo solo portarvi la merenda, ma mi sa che qui, tra braci spente e fuochi d'artificio, la cena è già servita. Domani, però, i dettagli me li raccontate dall'inizio.

Vacca 24
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